La mia avventura alla Boavista Ultramarathon

Marco Mazzi, 15 Dicembre 2009

Per il 10° anniversario di matrimonio, un traguardo straordinariamente importante, volevo regalarmi qualcosa di straordinariamente importante, qualcosa che facesse da tramite o, come si suol dire, da cordone ombelicale a quelli che sono i miei amori, le mie passioni, i miei valori, ovvero la famiglia e la corsa: quale destinazione se non alla volta di Boa Vista visto che a dicembre si corre la Ultramarathon Boavista 150 Km non stop di pura avventura, il tutto in rigorosa autosufficienza alimentare ed in orientamento. E quindi perché non parteciparvi?

Ragionando per luoghi comuni, si dice che il matrimonio cambi la vita, che sia un esperienza per cosi dire "devastante", però è altrettanto vero che, seppur a volte ci si imbatta in mille difficoltà e altrettante incomprensioni, si può tranquillamente affermare che il matrimonio, e di conseguenza la famiglia, è il completamento stesso di una vita, una parte che ci rende assolutamente più umani e pronti a combattere giornalmente contro le insidie per mantenere prospero e sereno quel sentimento che ci ha portato a compiere un passo cosi importante. Quello che ho trovato estremamente "devastante", e uso un termine negativo per dare un maggior riscontro e risalto positivo, è quell´incredibile turbinio di emozioni che questa esperienza mi ha donato. Mi sono avvicinato al mondo delle ultra perché mi piace assaporare, sentirmi addosso e fin nel più profondo dell´anima quel mix incredibile di sofferenza, adrenalina ed emozioni che si vivono in questo tipo di corse. Normalmente una ultra è costituita da un viaggio, quello della lunghissima distanza da percorrere, ed il viaggio che si percorre parallelamente dentro se stessi contro le proprie paure, le proprie ansie e tutto ciò rivolto alla scoperta dei propri limiti sportivi fisici e mentali. Alla Boa Vista oltre a tutto questo si vive un´altra componente fondamentale che arricchisce ulteriormente e profondamente e dà un valore aggiunto ad un´esperienza che per certi versi rimane unica: quella di poter correre per tante e tante ore a stretto contatto di una natura incontaminata, una natura che credevo facesse parte ormai dell´immaginario e della fantasia e che qui invece si manifesta in tutta la sua reale maestosità.

L´evento lo sento in modo impressionante sia perché combacia con il 10° anniversario di questo lungo viaggio trascorso insieme a Maddalena e ho l´obbligo morale di portare a termine questa impresa, non ci sarebbero scusanti per giustificare un fallimento, non me lo potrei mai e poi mai perdonare e perciò il mio motto diventa: contro tutto ma al traguardo devo arrivare, costi quel che costi anche strisciando; sia perché sarà la mia prima esperienza nel deserto in autosufficienza alimentare ed in orientamento: la paura di perdermi, anche se non la manifesto apertamente, dilaga vertiginosamente dentro di me ed incombe prepotentemente come una furia omicida in tutti i miei pensieri. Per dare maggior significato a quello che sto per compiere e per poter in un certo modo dividere con qualcuno ciò che sto provando, il giorno antecedente la partenza aerea, mi reco presso il centro trasfusionale di Bussolengo per una donazione di sangue: mi piace pensare che il "fratello" che riceverà questa vitale sostanza possa ricevere anche la grande forza di volontà, la grinta e l´entusiasmo che ho messo per arrivare preparato nel migliore dei modi a questo appuntamento e sperare quindi di portare a termine questa impresa, ed insieme aiutarci idealmente a vicenda, con la promessa e la speranza di poter raggiungere entrambi la propria meta. Un motivo in più che avrò per non mollare nei momenti di crisi sarà quello di appellarmi proprio a questo gesto; non tradire una promessa ed una speranza.

Finalmente ci siamo. Dopo cinque lunghissimi mesi in cui quasi tutto il mio tempo libero l´ho impiegato per la preparazione di questa corsa rubandolo agli affetti familiari, riesco a giungere a Boa Vista. Faccio parte dei 35 temerari che parteciperanno a questa corsa. Una corsa che agli occhi di molti sembra inumana e priva di ogni logica, ma se affrontata con il giusto appiglio, con lo spirito giusto e con la giusta preparazione ti fa vivere più gioie che dolori, ti appaga profondamente ed emotivamente, ti fa sentire avvolto e protetto da un mantello di serenità che ti rende immune a tutte le sofferenze, una sensazione che è difficile spiegare e che non ne rende il giusto onore e merito. Se vacanza deve essere che vacanza sia, per l´alloggiamento io, Maddalena e Martina (Niccolò è rimasto a casa con i suoi adorati zii e cuginetti, non se la sente di perdere una settimana di scuola), scegliamo un villaggio turistico di quelli supermegagalattici, non facendomi rimpiangere il fatto di essere fuori dal centro operativo dell´organizzazione; tra l´altro, con mia gradita sorpresa, una volta sbarcati e ritirati i bagagli, mi accorgo di non essere l´unico partecipante alla corsa ad aver optato per questa soluzione: nello stesso villaggio dove alloggiamo noi, ci sono anche Massimo ed Andrea due veterani, alla quinta partecipazione. A Massimo chiedo subito se è il Max del panforte, lui ridendo me lo conferma e mi dice: “Sì, mi hanno preso tutti per i fondelli, ma poi il panforte mica sono riuscito a portarlo in gara, me lo hanno slappato tutto prima". Gli dico che sono ormai tre anni che sento parlare di lui proprio per questa faccenda.

I primi due giorni volano via in modo spensierato e tranquillo, in fin dei conti siamo in vacanza, arriva il giovedì e mi reco al centro operativo per il controllo zaino e per il briefing informativo; faccio conoscenza con gli altri podisti, si scambia qualche parola, si scattano delle foto, ed ecco il Guru delle ultramaratone, niente popò dimeno che Pier Giorgio Scaramelli, detto il "Selvaggio" , forse più dovuto al suo aspetto esteriore che ad altro, in quanto sentendolo parlare ti accorgi che con un selvaggio non ha nulla a che vedere. Inizia con lo spiegare tutto il percorso, ogni singolo CP lo espone dettagliatamente, inizia a parlare di balisaggio e trekking light , di punti pericolosi ma dove comunque è impossibile perdersi; altri atleti, di tanto in tanto dicono: “Io l´anno scorso mi sono perso in quel punto, ed io in quell´altro ancora!”, ed è allora che la mia paura di perdermi si manifesta in tutta la sua furia, si impossessa delle mie facoltà mentali e mi spinge a porre una domanda nel modo che mi fa apparire subito come un caso patologico da tenere sotto stretta osservazione. Ingenuamente chiedo a che distanza sono posizionate le balisse, Scaramelli, per smorzare un po’ l´ansia, mi risponde: "Dunque, ho messo balisse ogni 5 metri" e tutti giù a ridere; poi, con estrema calma, riprende spiegandomi che essendo una corsa ad orientamento le balisse non dovrebbero neanche esserci, perché si dovrebbero usare esclusivamente road book e bussola, ma che comunque sono state posizionate nei punti dove cambia la rotta, da seguire in modo da facilitare un po´ le cose. Il pomeriggio lo dedico alla metabolizzazione del road book, confesso che, tra le mille incognite che dovrò affrontare, quella di perdermi - nonostante le rassicurazioni - mi attanaglia sempre di più, mi dico che nei giorni prossimi diventerò il protagonista assoluto della trasmissione televisiva “Chi l´ha visto”, e che dovranno sguinzagliare per tutta l´isola i cani da valanga per venire a cercarmi. La sera controllo per l´ennesima volta lo zaino, preparo l´abbigliamento e finalmente decido che forse è ora di incollare l´adesivo per le ghette sulle scarpe, ma mi accorgo che il velcro non ha l´adesivo, sarebbe stato da incollare sulle scarpe: bene, ti pareva che fosse tutto a posto, sarebbe stato tutto cosi troppo bello, se non c´è qualche inconveniente che gusto c´è! La notte è indubbio che non riuscirò a chiudere occhio, l´idea di
attraversare il deserto de Viana senza ghette mi fa inorridire e tremendamente paura solo a pensarci, sto andando letteralmente fuori di testa e verrebbe voglia di sbattere la capoccia contro il muro se servisse a qualcosa: in un impeto in cui la mia pazzia sta raggiungendo l´apice, ho un lampo di lucidità, chiedo alla Maddy se in valigia ha delle calze di nylon, la sua risposta è affermativa ma è solo un paio; meglio che niente!
Alle quattro mi alzo, anticipo abbondantemente la sveglia, tanto mi sono rigirato nel letto tutta notte che non vedevo l´ora di alzarmi. Faccio una ricca colazione preparata gentilmente la sera prima dal grande maitre Manuel in persona. Raggiungiamo il campo base e da lì la piazza di Santa Isabel dove è ubicata la partenza, si scattano ancora delle foto e poi, alle sette in punto, si parte: inizia tra mille peripezie questa incredibile avventura. Il primo Km e mezzo sarà una sorta di passerella per le strade di Sal Rei, poi si imbocca subito il deserto, i capoverdiani - come era auspicabile - partono come se dovessero correre un diecimila, il tempo di entrare nel deserto che uno è già scoppiato, fuso come il burro sui tortellini, gli
mancano due foglie di salvia sulla testa e sarebbe perfetto. Tra una foto e l´altra si arriva al primo CP, quello del relitto, le foto sono d´uopo, troppe volte ho vissuto questo posto con il pensiero che ora voglio gustarmi questo momento e me la prendo molto comodamente. Il tratto che porta al CP 2 è piuttosto duro in quanto sono 8 Km di dune da percorrere come se fossimo in una pista da cross, è impossibile aggirarle, ma bisogna rigorosamente scavalcarle, alcune sono talmente irte che sembrano delle montagne da scalare. Le ghette fatte in casa tengono che sono una meraviglia, peccato averne un solo paio. Passato il CP2, per un breve periodo si corre prima su una pietraia e poi si fa una prima conoscenza con il famigerato pavé capoverdiano. Si passa attraverso un minuscolo paesino costituito da quattro case in croce, l´incitamento dei bimbi e la loro richiesta del cinque è veramente ed emotivamente qualcosa di semplicemente immenso. Oltrepassato il paese di Bofareira, si punta alle gole tra le montagne, una volta valicato ecco che il deserto de Viana si spalanca in tutta la sua impressionante grandezza con la sabbia bianca e finissima, sembra di essere al “mulino bianco”, ci manca solo che spuntino fuori gli gnomi panettieri e si mettano ad impastare.
In pieno deserto le ghette cedono ed esauriscono la loro funzione, mi devo fermare a toglierle definitamene, le scarpe da qui in avanti si riempiranno continuamente di sabbia e dovrò fermarmi spesso per svuotarle in quanto la pressione sulle unghie dei piedi è dolorosa, tutto ad un tratto sembra di avere le scarpe con tre numeri di meno. Arrivo dopo varie fermate alla grande palma posta in pieno deserto e che corrisponde al CP3, da qui in poi, una volta finito il deserto, si corre su pista battuta e si arriva alla ciminiera CP4 e 30° Km, è mezzogiorno passato, ed il fatto di aver percorso solo cosi pochi Km mi demoralizza e mi scoraggia un pochino; d´altronde, il fatto di dover continuamente fermarmi e togliere la sabbia dai piedi, mi ha spezzato il ritmo e la continuità, a conti fatti almeno una quarantina di minuti li ho persi per delle soste inutili per compiere un operazione che poteva essere evitata, però ormai è andata cosi e bisogna fare con quello che si ha a disposizione. Dal CP 4 al CP 5 incontro Elena, sarà uno dei pochi tratti di tutta la corsa che condividerò con qualcuno, sono un po´ stanco, le gambe sono leggermente indurite e preferisco camminare un pochino. Il tratto che porta al CP 6 Santa Monica è qualcosa di straordinariamente ed impossibile anche solo da immaginare: sono 17 Km di spiaggia bianchissima e deserta lambita dalle onde dell´oceano, il senso di pace e di serenità che si respira è qualcosa di talmente sconvolgente che mi viene ancora a distanza di giorni la pelle d´oca a pensarci. Unici rumori sono il soffio del vento sulla faccia e il rumore delle onde che si infrangono sulla riva, non si incontra anima viva, ma soprattutto non vi è alcuna costruzione che sorge a deturpare l´ambiente naturale. Il primo pensiero è quanto durerà ancora questo paradiso prima che la mano dell´uomo rovini con delle scempiaggini questa fiabesca ed inverosimile cartolina. Speriamo mai , posti come questi andrebbero salvaguardati per l´eternità.
Nel frattempo cala la notte, ed oltre alla stanchezza dovuta allo sforzo fisico si deve combattere anche contro la sonnolenza, questa è la parte di una corsa che amo maggiormente in quanto mi isolo ulteriormente dal mondo esterno e riesco a guardarmi profondamente dentro: è il momento in cui le miriadi di emozioni vissute durante tutto il giorno danno libero sfogo e si manifestano in modo sconvolgente e senza pudore.
Il passaggio dal giorno al buio pesto è talmente veloce che quasi devo recuperare il frontalino alla cieca, fortunatamente ne ho due perché il primo non si accende, probabilmente si è inavvertitamente schiacciato il pulsante scaricando completamente la batteria, il secondo funziona ma mi prende un po´ di apprensione.La selvaggia bellezza del paesaggio mi ripaga di tutta la fatica affrontata per arrivare fin lì. Il cielo è talmente basso e le stelle cosi vicine che sembra di essere in un film in 3D, alzando la mano al cielo si ha l´impressione di poterle toccare. Dentro di me capisco che non c´è altro posto in cui vorrei essere ora.
La sabbia lascia finalmente il posto ad una distesa di rocce e sterpaglie e la sensazione di poggiare i piedi su qualcosa di solido rinvigorisce il ritmo. Provo sempre più in maniera prepotente la consapevolezza di poter arrivare in fondo a questo stupendo calvario. Strada facendo arrivo al CP 8, quello con il cancello orario, decido per una sosta per riposare un pochino, visto che poi si dovrà affrontare un tratto impegnativo che culmina con la scalata del faro del Moro Negro CP9. Km 95. Qui, per la prima volta, chiedo come sono messo in classifica, fino a quel momento non avevo vissuto la corsa come una gara contro il tempo, ma solo con la speranza di vivere una meravigliosa avventura. Una voce da dentro la tenda mi dice: “Sei il numero quindici” e quindi sono quindicesimo. Nella discesa dal faro, che affronto non con la dovuta attenzione e in modo un po´ troppo sostenuto, incespico e nella frazione infinitesimale di tempo che intercorre da quel momento all´impatto con il suolo faccio in tempo a realizzare che forse la mia avventura si sta per concludere e forse non solo quella: disperatamente cerco un modo per limitare i danni, quello che mi viene fuori è una specie di capriola, prima accompagnata da avambraccio e spalla, solo che il ginocchio e l´anca sbattono violentemente a terra contro qualche roccia, il dolore è lancinante, ma per fortuna non ho nulla di rotto, mi rialzo e vedo che tutto il materiale tecnico che fino a poco prima era stivato nello zaino ora è sparso nel raggio di un km quadrato. Parte una raffica di imprecazioni che non risparmia nessuno, tutti i Santi del calendario vengono citati in perfetto ordine cronologico, ci aggiungo anche le riserve, quelli ancora da venire e, per ultimo, me la prendo pure con il bue e l´asinello. Proseguo su pista battuta mista a sassi, il prossimo CP è presidiato dal medico, manca poco, la prima parte passa, poi la paura di aver saltato il CP è tanta che mi fa compiere una sciocchezza, decido di tornare indietro al paesino incontrato circa 2 Km prima perché mi dico è li che c´è il CP ed io l´ho saltato. Torno indietro e, invece, mi accorgo che la paura era infondata, allora ritorno sui miei passi e continuo, incontro un altro paese, non si capisce di quale si tratti, non c´è anima viva e di CP neanche l´ombra, sul sentiero trovo indicazioni per il CP12 e mi dico: “Uno va be’ saltarlo, ma due o tre mi sembra impossibile, mi sembra di impazzire e la disperazione s’impadronisce di me, ma finalmente - alla fine del paese - vedo la luce di una torcia e capisco che l´incubo è subito finito, faccio fatica a tranquillizzarmi, sono molto agitato, intanto il medico mi fa un tagliando ai piedi e mi medica il ginocchio che nel frattempo si è notevolmente gonfiato. Rovisto nello zaino e prendo qualcosa da mangiare, solidi e gel ,faccio un mix che farebbe vomitare un morto, ma in queste condizioni va bene tutto, carico le borracce e riparto. Ora inizia un tratto tranquillo, poi sarà, quello che l´organizzazione ha descritto come molto pericoloso da fare in assoluta lucidità, sul road book la difficoltà di questo tratto è scritta a caratteri cubitali ed è per questo che, arrivato al CP11, in cui ritrovo Elena e Danilo, non mi aggancio a loro che stanno ripartendo e opto per un breve riposo; con il senno di poi, rimpiango molto non aver approfittato di un po´ di compagnia durante la notte per la paura di non essere abbastanza lucido per affrontare questo tratto, tutto sommato non ho riscontrato questa estrema pericolosità. Arrivo al CP12, quello in cui siamo passati ieri, ora è di nuovo mattino, il nuovo giorno sta prendendo vita, la notte piano piano sta lasciando il posto alla luce, ormai mancano solo 30 km all´arrivo e finalmente si corre su qualcosa di duro e, seppur trattasi del famigerato pavé, mi sento a casa, il terreno a me caro, sabbia e deserto fino ad ora erano componenti a me sconosciute. Riprendo slancio quando mi si apre davanti una lingua infinita di questo mostruoso pavé che si perde all´orizzonte, anziché sbarellare definitivamente trovo ulteriore energia, ora mi mancano 20 km all´arrivo, inizio a correre e correrò fino a Rabil, che sarà l´ultimo CP prima dell´arrivo. Qui a separarmi dalla gloria saranno solo 8 banalissimi km e su asfalto normale, si torna a malincuore alla civiltà ma ciò era inevitabile, si incrociano diversi indigeni e turisti, tutti che applaudono, che mi scattano foto, mi incitano, la coscienza di aver spostato in avanti l´indice invalicabile del mio limite si impossessa di me ed esplode in un tripudio
di emozione, felicità e orgoglio che rasenta l´inverosimile. Si conclude così, dopo oltre 29 ore, questo stupendo e meraviglioso calvario, durante il quale per farmi coraggio mi dicevo: “Dai Marco, è l´ultima corsa così lunga poi basta!”, ma in cuor mio sapevo che era una bugia. Il tempo di dormirci sopra una notte e mi ritrovo già a pensare alla prossima impresa. Sicuramente alla prossima Boavista noi ci saremo ancora.
E come dice Scaramelli: “Che il deserto sia con tutti noi!”.

Fonte: podisti.net

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